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Home I miei libri Pubblicazioni di Giorgio Bompiani Contabilità di Casa (Vol I)

Contabilità di Casa (Vol I)

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Contabilità di Casa.
Agli occhi del lettore moderno questo, che è il titolo originale del manoscritto, risulta forse un po' fuorviante ma non l'ho voluto cambiare per rispetto all'autore.
Non stiamo per leggere un bilancio ormai inutile e morto, ma la storia interessantissima di questo medico che inizia nel ducato di Parma e finisce a Viterbo alla vigilia dell'Unità d'Italia.
Attraverso le vicende di una comune famiglia borghese, in realtà assistiamo in prima fila agli eventi che hanno cambiato la storia in quel periodo.
Il Dottor Matthey inoltre dà informazioni di prima mano sulla formazione dei medici dell'epoca, sulla struttura della sanità pubblica, sulla evoluzione della medicina con le nuove scoperte e le mode diffuse dai ciarlatani. Personalmente poi ho trovato di grandissimo interesse la descrizione di come la giustizia, sia penale che civile, fosse amministrata in quell'epoca nello Stato Pontificio.
Ovviamente non mancano indicazioni importanti sulla struttura della società nella prima metà dell'ottocento che il Dottor Matthey non ci rappresenta esplicitamente, ma lascia trasparire dagli eventi della sua famiglia che lui ci racconta, questi sì, con grande precisione: la cerimonia del suo matrimonio, la malattia della moglie, la carriera della figlia cantante e le vicissitudini del figlio rivoluzionario o presunto tale dalle autorità, la causa legata al pagamento della dote della moglie e così via.
Il dotto estensore della prefazione si domanda come mai il manoscritto si interrompa improvvisamente nel 1833 senza conclusioni e senza finale.
Purtroppo la risposta non c'è. Posso solo dire che dalle poche carte rimaste della sua famiglia ne risulta la morte nel 1835. Possiamo supporre che essendo malato, non avesse più la voglia o la forza di continuare a scrivere.

Panorama delle professioni nel loro sviluppo ed evoluzione, anche in relazione alla percezione da parte della società del tempo, forme, mutazioni e sopravvivenze di convenzioni, stili di vita, mobilità sociale e territoriale, percorsi formativi, notizie sulla istituzione e gestione delle strutture di assistenza sanitaria nel momento di trapasso dell’Ancient Regime.
Sono queste solo alcune delle suggestioni che ispira la lettura del manoscritto di Giuseppe Matthey, medico viterbese di origini elvetiche.
La sua vicenda è sintomatica di un’epoca che viene, per così dire, disvelata dall’interno, anche nei suoi rapporti sociali, oltre che istituzionali.
L’autore nasce a Parma il 25 gennaio 1776. I suoi genitori provengono dalla Svizzera, dal cantone di Berna e sono di fede calvinista.
Il padre è ‘macchinista’ al servizio della corte parmense, impiego che doveva essere piuttosto ragguardevole, considerate le entrature che poi metterà a profitto della propria famiglia.
Giuseppe Matthey ricorda sei fratelli: un altro maschio (oltre lui) e cinque donne.
È senz’altro singolare che da una famiglia calvinista venissero fuori ben quattro religiose cattoliche! Tutti i membri della famiglia finirono, chi prima, chi poi, per abiurare il calvinismo ed abbracciare il magistero della Chiesa Cattolica, quanto spontaneamente non saprei dirlo, vista l’affermazione del Nostro: “dovetti divenir Cattolico”.
Grazie alla protezione del Protomedico dello stato parmense, il conte Giuseppe Camuti, un protestante era stato pubblicamente ammesso agli studi nella Regio-ducale Università: ma per poterli completare e per poter esercitare con profitto la professione medica, pare intendere che il Cattolicesimo garantisse meglio.
La sua formazione iniziale avviene essenzialmente in Svizzera. Vi rimane dagli otto ai quattordici anni ed acquisisce competenze in lingua latina, umane lettere, retorica, aritmetica, geometria, algebra, lingua e letteratura francese. Tornato in Italia, a 15 anni deve scegliere se dedicarsi alla mercatura o alla medicina, perché il padre aveva conoscenze utili in entrambi i settori.
Effettuati gli studi di filosofia preliminari alla carriera medica, nell’anno ‘scolastico’ (così nel testo, oggi diremmo ‘accademico’) 1793-1794 si iscrive al corso di medicina dell’Università di Parma. Il primo agosto 1797 consegue la laurea. Si iscrive quindi all’albo dei dottori in medicina, ma per la matricola di libera pratica gli necessitano ancora due anni di studi nelle scuole di clinica medica presso l’Ospedale della Misericordia di Parma, e l’esame di abilitazione.
Si possono apprezzare le entrature della famiglia anche dai semplici nomi dei padrini di battesimo dei figli.
Tra essi figura appunto il conte Giuseppe Camuti, archiatra e protomedico di tutto lo Stato (ducato di Parma, Piacenza e Guastalla), che ‘per la natura del suo posto si trovava ad essere dispensatore delle grazie e dei favori’ e poteva pertanto promuovere onorevolmente il figlioccio Giuseppe Matthey nella intrapresa professione.
Altro nome di spicco è senza dubbio quello di Maria Amalia, arciduchessa d’Austria e duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla, moglie del duca Ferdinando I di Borbone, che ‘aveva cura e sollecitudine delle persone che avevano contratto amicizia semplice o parentela spirituale con la famiglia per mezzo di comparatico battesimale’.
C’è pure il signor Giuseppe Renard, impiegato nella Regio-ducale Posta delle lettere a Piacenza.
Ma nella rete familiare vanno ricordati anche gli svizzeri Haldimand, Daxat, Bertrand, Tessier, nonché i signori Maumary, casa di negozianti svizzeri, già da molti anni stabilita in Parma, in stretta amicizia per comunanza di patria e religione.
La morte del Camuti, avvenuta a fine 1799, rappresenta per il Nostro un brutto colpo in vista di un collocamento decoroso in Patria. E qui comincia ad avvertire “la costante contrarietà giurata e mantenuta dalla Fortuna”.
Comunque, fino a che permane sul trono di Parma la dinastia borbonica rimangono speranze di prospettive lusinghiere.
Maria Amalia d’Austria, infatti, sponsorizza a proprie spese un periodo di formazione a Vienna. Qui Giuseppe Matthey ha modo di ascoltare le lezioni del Barone Antonio di Stork, protomedico generale della monarchia asburgica, e del Consigliere Giovan Pietro Frank, professore di clinica medica presso l’Università di Vienna (dopo dieci anni di insegnamento all’Università di Pavia), due veri e propri luminari della scienza medica a Vienna.
Il soggiorno austriaco gli consente comunque contatti con professori e medici illustri nella Vienna di inizio Ottocento: Plenk, Prokaska, Smidt, Iaquin, Careno, de Carro, Malfatti, Gall e Spursheim.
Partito da parma il 13 giugno 1802 il Matthey si trattiene alla clinica di Vienna fino al marzo 1803.
Purtroppo per lui il 9 ottobre 1802 muore Ferdinando I di Borbone e trova applicazione il Trattato di Arancuez (=Aranjuez) in base al quale il ducato di Parma passa all’Amministrazione napoleonica con la denominazione di Dipartimento del Taro. Come compensazione a don Ludovico di Borbone, figlio di Ferdinando, viene assegnato il Regno dell’Etruria.
In patria, cioè a Parma, le prospettive del nostro si fanno piuttosto difficili, così che nel 1805 si risolve a lasciare la città natale e “a provvedersi altrove”.
L’altrove sarà appunto Viterbo dove gli viene offerta la cattedra di medicina teorica e pratica nel venerabile Seminario e Collegio, nonché la carica di primario dello Spedale Grande degli Infermi.
Nella città laziale si trasferisce nel settembre 1805 e qui rimane formandosi una sua famiglia.
È spontaneo un confronto sulle differenti sorti delle figlie femmine nel lasso di tempo contemplato dal manoscritto. Nel primo trentennio dell’Ottocento nessuna delle figlie del dottor Matthey si fa monaca, a differenza di quanto era capitato alle sue sorelle. Anzi, la figlia maggiore intraprende la carriera artistica, probabilmente la sola praticabile ai tempi, pur con manifeste perplessità da parte dei genitori.
Il manoscritto consta di trecento ventiquattro pagine vergate in una leggibilissima corsiva. Fu steso tra il marzo 1828 ed il settembre 1833. A voler usare le parole dell’autore, si tratta di una specie di biografia gentilizia, sorta di storia personale scritta non per vanità ridicola, ma per lasciare contezza ai figli di quanto riferibile alla tutela dei propri interessi. Queste almeno le motivazioni addotte da Giuseppe Matthey, ma, come si è cercato di mostrare per sommi capi, nel testo c’è molto di più, sullo sfondo grandioso degli epocali eventi che avrebbero cambiato, proprio in quegli anni il corso della storia.
Sarebbe certo utile verificare quanto fosse diffusa l’abitudine di stendere le proprie memorie nei membri delle élites dell’epoca. Traspare senz’altro un archivio personale molto ben organizzato e conservato e, sulla scorta delle indicazioni sparse, sarebbe persino possibile ricostruirne il titolario. Che anche questo sia segno dei tempi? Senz’altro giustifica il titolo che il Matthey ha assegnato alle carte: “Contabilità di Casa”.
Un interrogativo comunque rimane al lettore: perché la stesura è stata interrotta? Amarezze familiari, problemi di salute, semplice noia?



Antonello de Berardinis
Ministero per i Beni e le Attività Culturali

 

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